Paolo esce dalla doccia nell'istante in cui ripongo un pettine nel cassetto. Mi sono rasato da solo quarantott'ore e ancora soffro l'angoscia di pettinarmi prima di uscire. Rasarmi mi è parso quasi fisiologico: così era il mio aspetto nella prima adolescenza, così lo è ora, un'identica sensazione di fallimento a gravarmi sullo stomaco. Siamo tornati a casa mia perché Paolo aveva bisogno di una doccia. Gli presto un telo da bagno azzurro ma non accetta nessuna t-shirt pulita. Non ha mai accettato nessuna delle mie t-shirt. Si asciuga sommariamente e si infila i suoi soliti jeans e le scarpe da tennis. Rimane a petto nudo e a me viene in mente quando un commesso di un negozio in centro ha afferrato una spalla di Matteo e con fare voluttuoso ha detto - Ma che belle spalle. - È stato uno degli aneddoti più ricorrenti negli anni dell'università. - Non ti facevo così muscoloso - dico. - Quando giocavo a baseball avevo perfino gli addominali scolpiti. - Verso una birra in due bicchieri. - Ieri ho chiamato Arianna - mi dice Paolo. - Ah. Il vero motivo della doccia è che sei in vena di confidenze. - Ridacchia. - Prima di chiudere mi ha detto: Grazie per la telefonata. Io le ho detto che è una cazzata e lei è rimasta di sasso. Ci siamo salutati frettolosamente e subito le ho mandato un messaggio di scuse. Ma lei non mi ha mai risposto. - Devo chiedergli di rispiegarmi la vicenda una seconda volta. Non capisco se la cazzata è il "Grazie per la telefonata". Paolo mi fa leggere il messaggio che le ha inviato e concordo con lui che probabilmente non gli ha risposto perché il messaggio è sintatticamente incomprensibile. Paolo è ancora a petto nudo. Beve birra e rosicchia un'oliva verde. Non è assolutamente preoccupato. Tutta questa storia è assolutamente un discorso di circostanza come potrebbe esserlo il fatto che a Milano piove ininterrottamente da tre settimane.
Igor mi rivela che nella sua mente Clay, il protagonista di Meno di zero di Breat Easton Ellis, si è formalizzato con il mio aspetto. Quindi, ora che sta rileggendo il romanzo per l'ennesima volta, con l'intento di cavarne una compilation di tutti i brani musicali citati, all'immagine di Clay che si è fatto da anni ha sostituito la mia. A Clay io ho sempre preferito Julien: Clay è un vincente, Julien è un debole. Julien lo ha toccato per davvero il fondo, e non è capace di redimersi. Io sento che, se davvero lo volessi, riuscirei a toccarlo il fondo; e molto probabilmente mi sentirei talmente a mio agio da trascorrerci il resto dell'esistenza. Sul fondo non è necessario combattere. I giorni scorrono senza che ti venga richiesta l'intraprendenza di dare loro un senso. Sul fondo non hai un ruolo. O meglio il tuo ruolo è subire. Igor dice di avere grandi progetti in serbo per me. Ma dice anche: per noi due. Dice anche: insieme. Da Parigi Igor si congeda scrivendomi: Je t'ambrasse, forse illudendosi di poter essere un giorno il Louis Garrel che sussurra la chanson d'amour al suo uomo.
Sebastien canta L'amour et la violence. Non è di amore e di violenza che ho bisogno, quanto di un amore violento. Profondamente estivo. Amorfo. Impreciso. Ma mi sarà negato e anche questa estate finirà per essere una cazzo di sfilata di moda. T-shirt a tinta unita e jeans che comprimono i testicoli, camicie extra-large e felpe slabbrate di seconda mano. La caviglia scoperta e il bicipite inesistente bene in vista. Una sensazione infondata di calcolo esasperato, come quando aspiro meno dalle sigarette per farle durare di più.
Paolo mi deride perché non so fare la virata nello stile libero; quella dove ti entra l'acqua nel naso.

È difficile definire gli Xiu Xiu dei musicisti. Il loro rapporto con gli strumenti musicali è imbarazzante tanto è maldestro, naïf. Sul palco gli Xiu Xiu sono frastornanti, fastidiosi, esecutori alle prime armi nonostante gli anni di militanza. Eppure è il palco la loro dimensione ideale, quella dove le loro canzoni suonano sporche, degenerate e perverse, così come probabilmente erano nate prima che il processo di produzione discografica ne smussasse le asperità. È sul palco che Jamie Stewart rivela tutta la sua natura di essere patetico, un vizioso gay con l'auto-imposta missione di svelare la malattia dietro il sogno americano, che usa gli strumenti musicali come farebbe un adolescente onanista - il sudore che pian piano, canzone dopo canzone, deforma il suo caschetto simil-nazi e gli imbeve la t-shirt trasandata. Se ci si pensa bene, quella di Jamie Steward, e degli Xiu Xiu quindi, è in fondo una storia triste, un decennio di desolazione interiore irrisolta, di cui Women as lovers non è che un ulteriore pezzo del tunnel. Ennesima cosmogonia della squallida e miserabile provincia americana, teatro di perversioni sotterranee, amori impossibili, violenze e fremiti istintuali. È difficile digerire Women as lovers: storicamente saldato nel presente, non prospetta nessuna redenzione; è arido e, più che disincantato, è cinico e beffardo. È un disco noise, nell'accezione primitiva di noise come nausea. Perché, dopotutto, il fare di Jamie Stewart e degli Xiu Xiu non è altro che un rigurgitare i modelli dominanti della società statunitense e svelare come il sogno americano non sia nient'altro che un grumo giallognolo, rappreso in un angolo della strada.
In sei giorni berlinesi ho incrociato Adam Szymczyk tre volte. Una delle tre, accompagnato da Elena Filipovic. Incrociare i due curatori della quinta Biennale di Berlino, vederli aggirarsi flemmatici tra le gallerie di Mitte, o prendere il sole come lucertole nel cortile del Kunst-Werke, lui in una striminzita giacca nera, lei in uno slabbrato maglione beige e occhiali vintage, incrociarli mi ha aiutato a capire lo spirito con cui questa Biennale va letta.
La BB5 è una mostra low-profile, est-europea, punk. E, in quanto tale, è una mostra estremamente berlinese. La site-specificity regna sovrana, in tutte le tre accezioni di fenomenologica, culturale e discorsiva fornite da Miwon Kwon nel suo famoso saggio. Ad un socio-politicamente impegnato Kunst-Werke si affiancano una modernista Neue Nationalgalerie e un arido Skulpturenpark regno dei nuovi vandali. Laddove gli attributi sono il risultato dell'approccio dei curatori di rispettare la storia e l'identità attuale dei singoli luoghi. Una buona percentuale degli artisti partecipanti è stata invitata, infatti, a concepire dei lavori ad hoc; con il risultato, però, che molti abbiano affrontato la questione della site-specificity nella periferia, focalizzandosi su sfaccettature ambigue, risolvendosi sbrigativamente nella fedeltà stilistica. La Neue Nationalgalerie pullula di artisti che dubbiamente hanno sentito il bisogno di confrontarsi con la tradizione modernista; tanto da strutturare il proprio lavoro in maniera didascalica, o, per dir più, intorno a virtù e debolezze di Mies Van Der Rohe uomo, più che maestro. Il caso vuole che il tallone di Achille della BB5 siano proprio molte delle opere commissionate e prodotte dalla Biennale stessa; opere accademiche, sciatte, sbrigativamente risolte. E, nonostante la presenza di lavori più riusciti, in alcuni casi estremamente incisivi, poetici e malinconici, degni dello stupendo titolo letterario When things cast no shadow - penso a Lost Memories from These Days di David Maljković, a Polaroid Cocaine di Michel Auder, a Studio A di Tris Vonna-Mitchell, a Le canard de Beaugrenelle di Cyprien Gaillard, a Untitled di Haris Epaminonda, a Berlinmuren di Lars Laumann, a What Every Gardener Knows di Susan Hiller - parlerei di questa edizione come di una bella Biennale composta di brutti lavori. Bella perché bello è stato lo spirito con cui Szymczyk e Filipovic hanno affrontato una manifestazione di tale portata, smorzando i toni, spostando i baricentri geografici, muovendosi con determinatezza tra l'istituzionale e l'underground (sbeffeggiando, se si vuole, quella fetta del sistema dell'arte che la sera dell'inaugurazione si è presentata sui tacchi allo Skulpturenpark e, dopo un affettata telefonata al collega rimasto in sede per chiedere conferma dell'indirizzo, si è portata a casa solo una caviglia slogata.)
Adam Szymczyk e Elena Filipovic hanno dimostrato di avere il coraggio di giocarsi la curatela di questa Biennale come la prima ed ultima importante chance della loro carriera; e quindi di scegliere location impossibili come lo Skulturenpark; di credere che la notte potesse essere un 'contenitore' tanto quanto il giorno e quindi incentrare metà della manifestazione intorno a un programma di talk serali incessante, rigorosamente strutturato e di alta qualità; di preferire all'impostazione scenografica e 'patetica' dell'edizione precedente un percorso difficilmente definibile come logico ma neanche insensato, e un'atmosfera rarefatta, di sospensione del giudizio; come quando, appunto, si rileva l'immaterialità di un qualcosa se questo non proietta ombra.
Lars Laumann, Berlinmuren, 2008 - Courtesy: the artist, 5th Berlin Biennial, Maureen Paley Gallery, London
Paolo insiste perché io, ex-studente di disegno industriale, gli faccia vivere la Milano Design Week più cool dei suoi ultimi cinque anni. Ancora un paio di giorni - anche se gli inglesi in canotta bianca e cardigan grigio già scorazzano per le strade - e Milano sarà il regno dalla creatività. I soliti grandi maestri e le buone intenzioni degli studenti. Il declino della produzione nostrana e l'erba sempre più verde di Olanda, Regno Unito e Scandinavia. Le ibridazioni con l'arte e le macchiette delle maison di moda. E poi: l'eco-compatibilità, a farla da padrone, su tutto.
A Paolo ho girato questo link. Perché l'unica cosa buona del Fuorisalone è la garanzia della sbornia costante.
Martedì 15 La mia migliore amica - che ora fa la pi-ar di professione - mi ha rimediato un ingresso per quella che si prospetta la serata dell'anno: l'Art of Football Party di Nike ai Magazzini Generali. In consolle: Sebastien Telllier, MSTRKRFT [oh my gosh!], Juan MacLean. Grazie tata.
Mercoledì 16 É il mio compleanno. Cena con pochi intimi al Fioraio Bianchi. Poi spedito al Bar Basso a guardare storto i belgi di DAMn° Magazine - in realtà con la speranza di riuscire a rubare un po' di copie della rivista. Il resto della notte si balla alla Fabbrica del Vapore.
Giovedì 17 Arriva la b. Ye-Ye-Yeah. Party di Pig Magazine. Non ci saranno i Fox N'Wolf, ma 2MANYDJS, Rex The Dog, Rodinski, Strip Steve, ecc. Le solite facce poi, quelle, tutte. Per chi non pensa di resistere l'alternativa più allettante è la festa di Moooi al Bitte. Solo su invito, ma immagino che le signorine dello stand al Superstudio saranno facilmente corrompibili.
Venerdì 18 Un salto al vernissage della Fondazione Prada per constatare se Turn into me, la mostra di Nathalie Djurberg, valga una visita più impegnata. Mi alletta il Domus Party alla Galleria delle Carrozze della Stazione Centrale. Come mi alletta Busy P. e i due tipi della Kitsuné che suoneranno per Pink Is Punk ai Magazzini Generali. So già che finirò ugualmente contento al Roket; con Audioporno, Discobelle e Young Lovers.
Sabato 19 Ancora da definire. Probabilmente falò nel cortile della NABA per festeggiare la chiusura dei workshop.
Domenica 20 La guida al Fuorisalone di Zero consiglia la colazione da Cucchi in PG. Ci proverò.
In bocca al lupo, allora. A me. E a Paolo.
Mi sto impegnando ad individuare dei riferimenti nella musica dei Crystal Castles - duo canadese composto dal poli-strumentista Ethan Kath e dalla vocalist Alice Glass, la cui omonima opera prima è uscita giorni fa per la londinese Trouble Records. Dicevo che mi sto impegnando, addirittura sforzando, a scovare un non so ché di già sentito nelle sedici tracce che compongono questo disco. So che mi sforzerò ancora qualche giorno, per poi concludere che i Crystal Castles assomigliano a tutti gli altri, ma che ciò che fanno - come ha dichiarato Ethan in un'intervista spicciola - è qualcosa di completamente nuovo.
Prima di tutto i Crystal Castles sono fastidiosi. Un'impietosa morsa mi stinge lo stomaco mentre i secondi scorrono tra Untrust Us e XXZXCUZX Me. A volte l'asfissia sale fin su l'esofago ed in bocca non percepisco che sapori vuoti. Il fastidio si manifesta infatti prima di tutto fisicamente. Poi attraversa la faringe a comprimermi i bulbi oculari ed infine mi esplode in testa, frantumando i miei ricordi auditivi dell'infanzia e con essi gli anni Novanta tutti. Questo precisamente al secondo 81 di Air War. Dall'inizio del disco, di secondi, ne sono passati solo 1168. Arriva quindi il contraccolpo, distensivo, idilliaco, ma altrettanto potente. Soprattutto perché in Vanished mi ritrovo a cavalcare l'arcobaleno. Scivolo dopo la cresta in Knights e il fastidio torna ad assalirmi sotto forma di un liquido denso. Con Love And Caring quel liquido si è consolidato in stalattiti ed io procedo la mia arrancante corsa cercando di non farmi trafiggere da quelle che ripetutamente cadono a picco.
Fastidiosi, quindi. Come la pagina del quaderno che ti taglia un dito. Come una goccia di limone che ti inasprisce un occhio. I gorgoglii di Alice, i microchip di vecchi computer Atari. La rabbia di sottofondo o la rabbia urlata con sincerità. Trash, trash, trash. Davvero. Trash, trash, trash. Nell'accezione che tanto mi piace di: indurre a distogliere lo sguardo. É la stessa accezione per cui credo che siano profondamente trash i lavori di Markus Schinwald, artista trentacinquenne di origine austriaca, con in corso una retrospettiva al Migros Museum di Zurigo ed una personale alla Galleria Giò Marconi di Milano. Anche Markus Schinwald è fastidioso. La sua opera tenta di conciliare l'elegante naturalezza del corpo umano con l'alterità algida della macchina. Quasi a sostenere un primato nella bellezza dell'artificiale. Personaggi austeri di matrice ottocentesca sono ritratti intrappolati in protesi metalliche, avviluppati in drappi asfissianti, imbruttiti da tentacolari cicatrici. Shinwald è oscuro e misterioso come può esserlo un romantico puro, ma anche psicoanalitico in maniera vertiginosa; eppure i suoi lavori prima di tutto mi toccano fisicamente, come quell'impietosa morsa che mi stringe lo stomaco. É il fastidio la prima sensazione a manifestarsi e che mi induce a distogliere lo sguardo. Il fastidio di vedere la bellezza dilapidata.
Alice, Crystal Castles - Photo: Michael O'Shea // Markus Schinwald, Coco, 2007 - Courtesy: Galleria Giò Marconi, Milano
Io potrei masturbarmi davanti ad un'opera di Tom Burr.
Mi eccita il pensiero delle sue eleganti installazioni di sculture ed object trouvé come relitti di una festa che ora sta consumandosi dietro pesanti quinte e remoti anfratti, nella fornicazione più genuina e lussuriosa. Fantasmi di grandi uomini del passato si aggirano compiaciuti, suggerendo funambolici stratagemmi di godimento; e sentieri di inamidati abiti di Helmut Lang conducono ad algidi triclini che invitano a prendersi in mille posizioni. Tom Burr inscena una corte di Caligola, filtrandola attraverso la cattiveria di sotterranei locali gay della New York anni Ottanta. Tom Burr non disdegna il latex né Truman Capote. Nelle sue mani identità storicamente codificate assumono forme moderniste che ne delineano un inedito ritratto come in un transustanziazione. Ogni scultura di Tom Burr è una sottospecie di vanitas.
Nel 2007 Tom Burr ha installato Moods alla Secession di Vienna canticchiando Alphabet di Amanda Lear: "This is my alphabet for the children of my generation / Each generation may find a different mood to their world." Dicesi: spirito del tempo. O se si vuole [riempirsi la bocca]: Zeitgeist. - Bravo Tom, che celebrando le grandi soggettività del passato cerci di dare un senso a questo, nostro, insulso decennio. - Nonostante Amanda Lear, Tom Burr non cede facilmente al trash e le sue opere sono forse più affini alla secchezza formale del minimalismo. Tuttavia, trasudano erotismo; erotismo, come gli attrezzi ginnici per la Stanza per un uomo di Franco Albini. Oggi Tom Burr ha inscenato allo Sculpture Center di New York la più sofferta delle storie d'amore. Perché nulla è più penoso che invaghirsi di un fantasma. Se a Frank O'Hara Burr ha rubato il titolo per la mostra, Addict-Love, è Chick Austin - curatore del Wadsworth Atheneum negli anni Venti e Trenta, nonché solo responsabile di aver importato il modernismo negli States - il vero oggetto del suo desiderio. É la sola idea di lui ad eccitarlo, perché è in lui che oggi rivede se stesso. Tom Burr è innamorato come non mai.
[Domani forse sentirò la sua voce.]
Tom Burr, This Drinking Alone (The Deep Intoxication Series), 2006 - Courtesy: Stuart Shave / Modern Art, London.
Il mio numero preferito è sempre stato il numero 1. Arido. Laconico. Eppure perfetto. Degno di sostituirsi all'immagine di compiutezza, come pure inevitabilmente suggestivo dell'infinità dei numeri che lo seguono. Quando nel 2002 ci fu un terremoto non mi terrorizzò vivere la prima scossa, quanto avvertire una seconda. Il 2 porta con se l'incertezza.
Il 3 è una storia d'amore infelice. Il 4 è il mese di Aprile - una primavera incerta ad accompagnare, per me, un nuovo giro di boa. Il 5 è la presunzione. Il 6 è il doppio gioco - viscido. Il 7 è il sentimento religioso infantile. L'8 è l'inutilità. Il 9 è la forma mentis.
Beat Pyramid è il primo album dei These New Puritans. Oscuro. Plumbeo. É intriso di alchimia antica, di geometria cabalistica, di magia nera. Svela un sistema di riferimenti complesso, che scomoda la numerologia, lo spiritualismo medioevale, il mito romantico del doppelganger, la letteratura inglese di fine ottocento. Il punk. A fare eco è la secchezza di Mark E. Smith, il cyber-punk dei Klaxons, l'anthem new-rave di certi Bloc Party. La cosmogonia tutta di una scena profondamente inglese, dalla quale i These New Puritans si distaccano in un'impostazione concettuale che ha precedenti solo nei Joy Division: i These New Puritans sono - realmente - ipnotici e deliranti, erotici ed impertinenti, violenti e sadici. Maledetti. Sono figli di una scena comprovata e ormai stantia, ma anche l'orchidea più bella di quella palude. Coltivati dalla più militante stampa inglese, parallelamente ad un maestro di stile come Hedi Slimane (che li ha voluti per incidere la colonna sonora per la sfilata della collezione A/I 2007-2008 di Dior Homme), alla fine del 2007 figuravano tra le scommesse musicali per l'anno nuovo ed ugualmente nelle classifiche dei personaggi meglio vestiti. Il loro primo ep, Now Pluvial, è una leggenda e il video di Elvis, primo singolo estratto da Beat Pyramid, è una claustrofobica narrazione di corpi destrutturati e volti sfigurati, che si conclude con Jack Barnett, front-man della band, che mostra un simbolo circolare sul palmo della mano destra. Forse è un serpente che si morde la coda, rappresentazione classica dell'infinito. O forse no; dato che è proprio Barnett a cantare nel disco: "Infinity is not part of me". I These New Puritans sono un mistero.
Linea, luce, proporzioni, colore. È László Moholy-Nagy? No. È Raf Simons. Raf Simons è di origine belga; è un intellettuale con la passione per la sub-cultura giovanile e per l'arte contemporanea. Ed attualmente è il più influente fashion designer maschile del pianeta. Dal 2005 è art director di Jil Sander e stagionalmente smuove la mia cupidigia da tre fronti: la sua label personale (nata nel 1995 con sede ad Anversa), la linea a questa seconda, RAF by Raf Simons, e chiaramente il marchio Jil Sander. Per quest'ultimo, questo giro, Simons ha costruito abiti di carta da zucchero, che mi ricordano gli esempi di Alpine Architektur di Bruno Taut e Jean-Louis Trintignat ne Il Sorpasso di Dino Risi, il rigore dei pastori protestanti americani e le passeggiate lungo la Senna negli anni Sessanta, i cocktail party di Scott Fitzgerald a Long Island e poi Roma d'estate e Berlino in autunno. Solo Raf Simons riesce a coniugare una disarmante secchezza formale con un universo così ricco, di riferimenti prima e di possibili letture dopo. Ed anche lì dove i colori si fanno saturi, il taglio cerebralmente sartoriale, i bilanciamenti funambolici, i suoi abiti rimangono eterei ed impalpabili, come lo è la perfezione in quanto idea platonica. Per la sua linea personale, questa stagione, Simons opta per un tecnicismo di complessa fattura. Algido, sconcertante, apocalittico. Questi sono abiti di alieni provenienti da mondi lontanissimi, istrionici riders di una metropoli del domani, fantasmi del futuro. Per loro non ho riferimenti, perché non ho mai visto niente di simile.
Formalizzare il sentimento di perdita. Fare il calco di un vuoto. Raccontare una mancanza. O meglio, descrivere il fallimento di un'utopia. La pratica artistica di Tobias Putrih è una costante indagine sul cinema come arte di massa, collettiva e comunitaria, di cui Putrih racconta la trasfigurazione da simbolo dei valori della modernità a industria di esperienze per famiglie. Le sue installazioni sono generalmente sale per proiezioni, ambienti praticabili e funzionali, ispirate ad architetture degli anni Venti - quando le sale cinematografiche erano ancora i luoghi dove si poteva sfuggire al potere alienante e mercificante della società fordista. Dopo l'ultima Biennale di Venezia, dove Putrih ha rappresentato il suo paese natale, la Slovenia, con un padiglione sull'Isola di San Servolo, l'artista è fino al 30 Marzo alla Galleria Civica di Modena per una mostra che pone il suo lavoro in dialogo con i video di Runa Islam. La mostra, guarda caso, si intitola Runa Islam Lost Cinema Lost Tobias Putrih. Se per Islam "il cinema perduto" è il cinema rudimentale delle origini, quello che attraverso un semplice stratagemma tecnico riusciva a creare un'immagine inedita e sorprendente, per Putrih è quello che oggi è uno dei tanti non-luoghi. A Modena l'artista sloveno presenta due installazioni pensate appositamente per ospitare altrettanti video di Islam; due spazi fisicamente e concettualmente complessi, costruiti su solidi riferimenti storici (primo tra tutti l'Endless Theater di Frederick Kiesler), formalmente grezzi e precari, eppure poetici e onirici, spazi dove estraniarsi dal mondo esterno almeno per un po'.
Durante il mio sabato pomeriggio trascorso alla Galleria Civica ho ripercorso Lost Cinema Lost almeno cinque volte. Pago, ho poi bevuto una Coca-cola, da solo, sotto il portico.
Tobias Putrih, exhibition view, Lost Cinema Lost, 2007 - Courtesy: Galleria Civica, Modena - Photo: Paolo Terzi
Procediamo con ordine. Tra i promemoria sulla scrivania del mio laptop troneggia quello dove appunto i 'post possibili', tematiche e personaggi da approfondire ed eventualmente su cui scrivere. Data la mia sopraggiunta negligenza nel prendermi cura di questo blog, la lista dei 'post possibili' è diventata troppo, ma troppo, lunga. Oggi, che c'è il sole e che sono alquanto di buon umore, ho deciso di farla fuori tutta quella lista. Quindi: pronti. Via.
- Ho realizzato che il mio ritiro dai dancefloor milanesi non è di natura generazionale ma, più banalmente, invernale. Una rondine fa primavera ed io sono tornato a cavalcare la scena che tanto ho amato-odiato negli ultimi tempi. A parte un drastico cambiamento di location, la solfa è la solita. Ma nessuno ha dimenticato il mio nome e neanche io ho dimenticato i loro. E questo basta. [Nonostante la mia sciatteria militante ieri notte ho dovuto sorbirmi una ragazza della mia scuola che mi ha raccontato la sua intera mondanissima settimana e di come, nonostante questa, sia riuscita anche a sostenere degli esami - brava! brava! - e tutta una serie di ambigui personaggi che pretendevano di lasciarmi il loro numero - intenzione che chiaramente non è andata in porto. Mi consola solo l'intimità raggiunta con la guardarobiera, per cui insieme alla giacca mi sono toccati anche due innocenti baci sulle guance.]
- Sto lavorando al mio progetto per il semestre con molta serietà. In tarda età probabilmente riuscirò a dichiarare che di tutto questo mestiere ad intricarmi ardentemente è il metodo o meglio l'esistenza di un metodo per produrre arte. Ho intenzione di creare dei cabinet ispirati a tre personaggi di Meno di Zero di Breat Easton Ellis: Clay, Blair e Julien, che ritengo l'incarnazione letteraria del disincanto post-adolescenziale postmoderno. Meno di Zero è stato pubblicato l'anno della mia nascita ed io sento di esserne stato segnato per osmosi. Attraverso Clay, Blair e Julien voglio quindi capirmi un po' di più. Come casi studio presenterò tre artisti che nel loro lavoro intrecciano memoria personale e memoria collettiva: Carol Bove, Tobias Buche e Danh Vo.
- OH-MY-GOD-! Negli States è iniziata la quarta stagione di Lost. Nel comunicarmelo via sms Alessio ha aggiunto: "L'inizio della fine. Probabilmente ho paura." Io nel frattempo ho scovato sulla rete una riedizione del seminale articolo apparso un bel po' di tempo fa su Nero: In Lost chi tromba muore. Find it here. Purtroppo non riesco ad appassionarmi a nessun nuovo serial tv. Ai liceali precoci di Skins preferisco sicuramente gli universitari imbranati di Greek e forse potrei anche farmi piacere Dirty Sexy Money se i personaggi fossero un po' meno caricaturali e gli aspetti oscuri dell'intera vicenda fossero realmente oscuri. Un po' di mafia non guasterebbe.
- Nel mio essere spudoratamente pop, affianco la passione per i telefilm e quello per le rubriche. La prima rubrica di questo blog sarà: 'Il personaggio del mese'. Lo scorso dicembre il mio personaggio del mese è stato Alessandro Rabottini, giovanissimo curatore della GAMeC di Bergamo, che con un articolo su Piotr Uklanski apparso su Mousse 11 ha dato prova di come si possa fare critica in maniera pungente ed elegante. Mentre per gennaio ho scelto mio cugino Riccardo, aspirante giornalista eno-gastronomico, scuro e conturbante, che ho sempre cercato di evitare nelle feste di famiglia per il terrore di rimanere intrappolato in conversazioni interminabili, ma che qualche settimana fa mi ha regalato dei piacevoli dopocena raccontandomi di come siano fruttati i suoi 200 € spesi per una cena da Cracco Peck e di come la cultura del cibo sia sempre più snobbata. Il personaggio di febbraio arriverà presto. Stay tuned.
- Avrei voluto scrivere di Steven Claydon in occasione della mostra da lui curata al Camden Art Centre di Londra, Strange Events Permit Thenselves the Luxury of Occurring, che chiude proprio oggi; ma purtroppo non sono riuscito a districarne la cosmogonia. Nelle opere di Claydon l'estetica cyber-punk incontra la citazione storica e ciò che ne viene fuori sono istantanee di un mondo altro, più che fantascientifico, terribilmente possibile. Claydon è anche un componente degli Add N to (X) e complessivamente è un personaggio fighissimo.
- È uscito il nuovo numero di Purple Fashion. Sempre bello massiccio ma qualitativamente inferiore al numero che l'ha preceduto. In realtà siamo tutti un po' stanchi di sorbirci avventure e disavventure della solita cricca del direttore della rivista, Olivier Zahm. Chloë Sevigny e Terence Koh su tutti. Mediocre anche il Purple Book, questo giro affidato all'illustratore - dio me ne voglia - Christophe Brunnquell. Sempre interessantissimi sono i Purple Document: una conversazione tra Jay Z e Damien Hirst sul collezionismo d'arte, un servizio di Karl Lagerfeld ad una deserta reggia di Versaille, un mimi-focus su Dan Colen, and so on.
- Ho passato l'intero mese di gennaio a cercare di colmare le mie lacune in fatto di uscite discografiche; ovvero ascoltando dischi del 2007 a me ignoti e spuntati fuori qua e là spulciando nelle classifiche di fine anno. Quelli per cui al primo ascolto ho provato un serio misto di sgomento e rabbia sono: North Star Deserter di Vic Chesnutt, Leaves In The Rever di Sea Wolf, Ga Ga Ga Ga Ga degli Spoon e Andorra dei Caribou. Meglio tardi che mai; ma mi vergogno ugualmente di me stesso.
- In compenso ho masticato un bel po' di cinema. L'anno è iniziato più che bene con Lust, Caution [Lussuria] di Ang Lee.; eccessivamente dilatato nel ritmo, vanta però un eleganza propriamente orientale, che richiama le estetiche e i silenzi del migliore Wong Kar-Wai; raffinate le scene di sesso, volutamente esplicite anche in nome di tutta la passione repressa dai due cowboy di Brokback Mountain; Alexandre Desplat firma infine una colonna sonora stupenda, tradizionalmente imperniata attorno ad un tema di poche note. Mia madre poi mi ha costretto a vedere Caramel, ma con il senno di poi non gliene voglio; Caramel è un almodovariana storia di donne ambientata a Beirut, fresca e spassosa, piena di buoni sentimenti proprio nel suo essere agrodolce. American Gangster di Ridley Scott è invece un ottima prova di regia, anche se non toglie ne aggiunge niente al genere; io poi, che del genere riesco ad imprimermi nella memoria solo le due prove scorsesiane di Goodfellas e The Departed, e naturalmente la saga de Il Padrino, lo dimenticherò molto presto; se da un lato Russel Crowe sembra Homer Simpson da giovane, Denzel Washington è sempre un grandissimo: memorabile nella pelliccia di cincillà che lo porterà alla rovina. Woody Allen farebbe meglio a chiudere bottega - o perlomeno qualcuno dovrebbe dirgli che il suo essere talmente prolifico da tirare fuori un film all'anno non è cosa così buona: il suo ultimo Cassandra's Dream [Sogni e Delitti] è imbarazzante; una brutta copia di Mach Point, dove quello scimmione di Colin Farrel smimmiotta il castigo che segue il delitto; il film procede a singhiozzi e risulta incompleto anche tecnicamente; Londra poi è protagonista solo sulla carta e la location potrebbe benissimo essere una cittadina del Rhode Island. Cloverfield non è il cult in cui speravo; dopo la visione, a casa mi sono portato solo il mal di mare; interminabile il primo quarto d'ora, il film decolla in un attimo e procede sempre con lo stesso ritmo, attraverso una Manhattan apocalittica che il protagonista attraversa con il cuore impavido per salvare la sua amata, nonostante un mostro di proporzioni gigantesche stia radendo al suolo la città; non funziona la storia d'amore, non funziona la video camera digitale che dura più di sette ora nonostante l'autonomia delle comuni batterie, non funziona un elicottero che precipita e da cui tutti escono indenni; fighe solo la scena in cui la testa della Statua della Libertà rotola sulla strada e quella nel tunnel della metropolitana dove i protagonisti vengono attaccati de esserini di natura ignota. Fortuna che in tutto questo carnevalesco marasma c'è Sean Penn, c'è Emile Hirsch e c'è il loro Into the Wild [Nelle terre selvagge]; ma questa è un'altra storia.
- Negli ultimi tempi i capitoli dei libri che leggo in tram hanno ripreso a finire proprio nel momento in cui arrivo a destinazione. La mia vita è tornata ad essere ordinata.
Carol Bove, Adventures in Poetry, 2002 - Courtesy: Galerie Dennis Kimmerich, Düsseldorf | Steven Claydon, Patrician (Female), 2006 - Courtesy: Galerie Dennis Kimmerich, Düsseldorf | still da Cloverfield.